“L’altro mondo: La vita in un pianeta che cambia” di Fabio Deotto

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[…] il giornalista ha visitato le Maldive, Miami Beach, la Louisiana e la Lapponia. Ha parlato con persone ed esperti di quei luoghi e ha visto con i propri occhi quanto poco rispecchino le immagini da cartolina che abbiamo tutti in mente. Il reportage è uscito a novembre del 2019, ma il suo autore non si è voluto fermare lì. Ha arricchito la sue esperienza con altre tappe. Quello che ha visto e le sue riflessioni a riguardo sono racchiuse in questo suo ultimo libro, che è un ibrido tra un diario di viaggio e un saggio sull’attualità della crisi climatica.

[…] Deotto si è chiesto il perché noi esseri umani, di fronte a un rischio evidente ma intangibile come quello della crisi climatica, continuiamo a non fare nulla. Perché di fronte a un pericolo di questo tipo, non ci diamo una scossa e cerchiamo di tirarcene fuori? Quali sono i limiti cognitivi, culturali e biologici che ci rendono l’animale che siamo e che si comporta così?

Citazioni dall’articolo “L’altro mondo, la vita in un pianeta che cambia” di Fabio Deotto di Nicola De Bellis (Oggi Scienza)

Non solo “Spillover”

Nel 1990 la giornalista ROBIN MARANTZ HENIG pubblicava “A Dancing Matrix: Voyages Along the Viral Frontier“, un libro che faceva il punto sui “virus emergenti” studiati dall’allora giovane virologo Stephen Morse

Dal National Geographic:

Quando iniziai a fare ricerche per A Dancing Matrix nel 1990, il termine “virus emergenti” era appena stato coniato da un giovane virologo di nome Stephen Morse, che sarebbe diventato il personaggio principale del mio libro. Scrissi di come gli esperti stavano identificando le condizioni che avrebbero portato all’introduzione di nuovi patogeni potenzialmente devastanti: il cambiamento climatico, la crescente urbanizzazione, la vicinanza dell’uomo agli animali selvatici e di allevamento che fungono da serbatoi virali abbinate alla diffusione mondiale di quei microbi, accelerate dalla guerra, l’economia globale e i collegamenti aerei internazionali.

Ma Morse e io non abbiamo avuto esattamente “ragione”, naturalmente, a prescindere dai tempi. Nessuno l’ha avuta. Quando durante il tour per la promozione del libro mi veniva chiesto quale sarebbe stata la prossima pandemia, io rispondevo che, secondo gran parte delle mie fonti, sarebbe stata l’influenza.

Gli esperti avevano previsto una pandemia decine di anni fa. Perché non eravamo preparati?

“How Humanity Came To Contemplate Its Possible Extinction: A Timeline” di Thomas Moynihan

Questo è un articolo di Thomas Moynihan tratto dal suo libro “X-Risk: How Humanity Discovered Its Own Extinction“.
L’idea dell’estinzione umana intesa come Apocalisse – quindi con un futuro di continuazione in altra dimensione, o attraverso una rinascita – esiste da molto, ma non quella della continuazione del mondo (o dell’Universo) senza di noi.
Solo da pochi secoli si è iniziato a pensare alla possibilità e ai pericoli di una completa estinzione della razza umana, definitiva e totale.
Nel resto dell’articolo vengono passate in rassegna diverse tappe lungo i secoli in cui determinati concetti si sono sviluppati – con l’aiuto dell’evoluzione delle conoscenze scientifiche.

With Covid-19 afflicting the world, and a climate crisis looming, humanity’s future seems uncertain. While the novel coronavirus does not itself pose a threat to the continuation of the species, it has undoubtedly stirred anxiety in many of us and has even sparked discussion about human extinction.


But when did people first start actually thinking about human extinction?
The answer is: surprisingly recently. As ideas go, the idea of the extinction of the human species is a new one. It did not, and could not, exist until a few centuries ago.Of course, we humans have probably been prophesying the end of the world since we began talking and telling stories. However, the modern idea of human extinction distinguishes itself from the tradition of apocalypse as it is found across cultures and throughout history.

Estratti dall’articolo “How Humanity Came To Contemplate Its Possible Extinction: A Timeline” di Thomas Moynihan

‘La grande estinzione’ recensisce il libro “Geografie del collasso” di Matteo Meschiari

Il volume si snoda in nove parole-chiave: nove segnavia dove soffermarsi a leggere chi e dove siamo e in che modo ci siamo arrivati come civiltà. Nove specole da cui osservare il grande flusso antropocenico che sta investendo i sistemi terrestri, ecologici ma anche cognitivi, socio-economici ma anche politici. A cosa serve osservare? A “sintonizzarsi sul presente cercando paradigmi percettivi diversi e inventando esercizi cognitivi nuovi, per guardare nella nebbia che viene” (p. 12)

Il problema del Tempo permea tutto il testo. Del resto, lo dice già il titolo: Geografie. È infatti il movimento dentro le dimensioni spaziali a ‘creare’ il tempo e non esiste tempo senza geografia. Lo dice la lettera di apertura indirizzata ai figli, Lucia e Claudio, che erediteranno quel che sarà il 2060. Lo dice il capitolo Cultura, attraversando i gangli coevolutivi della nostra specie assieme ai cani. Lo dice Mondo Nuovo, a chiusura del libro, evocando la lettura di Moby Dick nel 2150 dopo l’estinzione dei capodogli.

[…] Il tempo è in caos perché sono in caos le eco-geografie e le mappe cognitive. “[…] tutto il problema dell’Antropocene è un problema di tempo: tempo che manca, tempo che resta, tempo che si frantuma, tempo rubato, tempo che giace in un dopo fuori dalla nostra portata […] E la prima cosa che possiamo notare è che oggi siamo ossessionati dal tempo lineare, così come, di conseguenza, siamo incapaci di gestire narrazioni temporali complesse” (p. 76).

Da: “Nel labirinto dell’Antropocene” su “La Grande Estinzione

Il complotto delle scie chimiche

Da “Complotti!” un classico del complottismo – dalla nascita negli anni novanta fino ad adesso

[…] il numero elevato delle scie – che secondo i complottisti sarebbe la prova regina dell’intensificazione del “programma segreto” – è spiegabile con una constatazione elementare: “sono aumentati gli aerei”, dice Caldeira, “e [le scie] probabilmente sono più persistenti per effetto dei cambiamenti climatici”.

Nonostante lo studio, e una quantità sterminata di articoli di debunking, la teoria delle scie chimiche gode ancora di una certa popolarità. Un sondaggio effettuato nel 2017 e riferito agli Stati Uniti ha rilevato che circa il 10 per cento degli americani ci crede “assolutamente”, mentre circa il 30 per cento ritiene che ci almeno “un fondo di verità”.

Ecco: com’è possibile una cosa del genere? Com’è nata e si diffusa questa teoria? E al di là delle facili ironie che si possono fare sul tema, cosa racconta delle nostre società la paura delle scie chimiche? […]

Da “Riprendiamoci il cielo

Cambia il clima, cambiano gli animali – OggiScienza

L’evoluzione è sempre in azione, ma quanto più velocemente del normale gli animali stanno cambiando in relazione ai cambiamenti climatici? Da “OggiScienza”

L’evoluzione è sempre in azione, ma quanto più velocemente del normale gli animali stanno cambiando in relazione ai cambiamenti climatici?

I cambiamenti climatici stanno costringendo gli animali a cambiare, per sopravvivere, ben più rapidamente di quanto avrebbero dovuto se incalzati solo dai “normali” tempi dell’evoluzione: se per alcune specie la pressione sarà troppa, e si tradurrà in inevitabili estinzioni, altre sono impegnate in questa corsa all’adattamento ormai da decenni.

Ne parla una recente revisione di studi pubblicata sulla rivista Trends in Ecology and Evolution. Soprattutto negli uccelli, scrivono gli autori, è stato documentato un notevole cambiamento di forma in risposta al modificarsi delle temperature. […]


Teorie del complotto e psicologia

Sul sito The Inquisitive Mind un lungo articolo di Bruno Gabriel Salvador Casara analizza le teorie del complotto secondo le ultime ricerche psicologiche e sociali – al termine c’è una corposa bibliografia.

Un recente approccio evoluzionista (…) ha teorizzato come la propensione alle credenze complottiste sia il risultato di due potenziali processi di selezione naturale. In base al primo processo, la propensione verso le credenze complottiste non è altro che un sottoprodotto di altri meccanismi psicologici che si sono sviluppati nel corso della storia della nostra specie, perché comportavano un vantaggio evolutivo. In effetti, l’evoluzione ha fornito agli esseri umani enormi capacità di ragionamento, pensiero e comunicazione. In particolare, ci sono alcuni processi cognitivi che possono avere dato origine, come “effetto collaterale”, alla tendenza universale nel credere nei complotti. Tra questi vi sono la capacità di individuare (o creare) dei pattern (…), di riconoscere e attribuire agentività (…) e di gestire le minacce (…).

L’altra ipotesi evoluzionista, al contrario, attribuisce un ruolo adattivo anche alle credenze complottiste: bisogna considerare che i processi evolutivi hanno avuto (e stanno avendo) luogo nel corso di milioni di anni e che per buona parte della sua esistenza l’essere umano ha vissuto in piccole società tribali di cacciatori-raccoglitori. In queste società le coalizioni ostili (di fatto dei complotti) erano frequenti e pericolose per la sopravvivenza di coloro che non erano in grado di riconoscerle

Tutte le persone hanno potenzialità e limiti quando si tratta di ragionare. Le nostre capacità di ragionamento sono lontane dalla perfezione e ci ritroviamo spesso a saltare alle conclusioni, attribuire caratteristiche alle persone sulla base di stereotipi e a svolgere molte delle nostre azioni quotidiane sovrappensiero. Il premio Nobel Kahneman, insieme a Tversky (1974), ha ipotizzato che questo sia dovuto a due diversi sistemi cognitivi presenti in ogni essere umano, il primo sistema (Sistema 1) sarebbe intuitivo, emotivo, rapido e superficiale, mentre il secondo (Sistema 2) sarebbe analitico, freddo, lento e profondo. L’adesione ai complotti sembra essere dovuta proprio all’utilizzo del sistema intuitivo, del resto spesso le credenze nei complotti sono in linea con la propria ideologia politica e con la conferma di precedenti opinioni o con uno stato di ansia

Citazioni da “Teorie del complotto. Cosa può dirci la psicologia?”

CICAP fest 2021 – Tema: l’incertezza

In questi giorni si sta svolgendo l’annuale festival del CICAP con incontri e discussioni su vari temi, filo rosso: l’incertezza. Sul canale Youtube si trovano i video di questi incontri, io ne scelgo uno tra tanti, dove il tema principale è l’esperienza della pandemia da Covid – a parlare è lo scrittore Paolo Giordano insieme a Massimo Polidoro.

Vaccinarsi non sempre evita il contagio, ma è utile | il manifesto

Non posso citare brani oltre a questo di apertura, per leggere l’intero articolo di Andrea Capocci bisogna avere un account su Il Manifesto (ma si ottiene facilmente, permette la lettura di 3 articoli a settimana). Viene spiegato in maniera sintetica e chiara perché il vaccino (tutti in generale) non possono mai avere un’efficacia del 100% – eppure sono utili.

Ammalarsi dopo aver completato il ciclo vaccinale non è impossibile. Secondo gli ultimi dati dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss), alla fine di luglio le persone contagiate dopo due dosi (o una, nel caso del vaccino Janssen) in Italia erano 18 mila. Vaccinarsi rimane però utilissimo. Quei 18 mila casi sono una percentuale bassissima della popolazione vaccinata, 27 milioni di persone a quella data (oggi sono oltre 35 milioni)

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